Cantine dei ristoranti: dall’immobilismo a un possibile risorgimento?

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Lorenzo Nodari è camuno puro, appassionato di vino come se ne vedono pochi e poi è un ottimo pensatore. Gli ho chiesto più volte di portare un contributo al blog scrivendo quello che gli pare, ma diviso tra lavoro e … Leggi l’articolo completo

Happy Day! tra succo d’arancia a 7cent e franciacorta a 3,90euro.

Cosa ci si può aspettare a questo punto? L’Italia agricola è sempre più appesa a un filo e la sopravvivenza di chi lavora la terra, è strettamente legata alla capacità del contadino di evolversi e di trasformare i frutti della terra stessa in qualcosa di commerciabile.

Nel frattempo la Coca Cola rinuncia alle arance di Rosarno, giusto per lavarsene le mani in fretta e per non rischiare di rimanere invischiata in qualcosa che potrebbe minare “la grazia dei suoi spot televisivi”.

Perché invece di abbandonare Rosarno, non ha offerto almeno il doppio del valore che ha pagato fino a ieri per il succo d’arancia? Non avrebbe fatto una figura migliore?

Nel frattempo avanza l’utilizzo sconsiderato dell’immagine rurale e naturale di certi prodotti. Immagine, appunto.

Le grandi multinazionali certamente non violano leggi (come la stessa Coca Cola ha dichiarato) ma impongono il prezzo di ciò che vogliono acquistare e spesso, è al disotto delle spese di produzione che un agricoltore deve sostenere.

Chi stabilisce i prezzi delle materie prime è chi acquista e trasforma in larga scala e non chi coltiva. In Italia la situazione è insostenibile perché le grandi aziende affossano il mercato facendo cartello, imponendo prezzi bassi per un profitto che non torna mai alla terra in alcuna forma.

A questi si aggiunge una concorrenza sleale che spesso parte del “furbo” di turno: “l’uva vale un euro al chilo ma se la compri da me te la posso dare a 0,90”. Una politica che non premia e non arricchisce nessuno, solo, impoverisce un sistema.

Il caso del franciacorta –segnalato qui da Franco Ziliani- a 3,90 euro, è l’emblema di un sistema produttivo -a livello nazionale- che vede a capo di alcune aziende persone la cui competenza è tutta da verificare, imprenditori che non hanno nemmeno la più pallida idea di quello che stanno facendo e dove lo stanno facendo (sorvolo sul “come lo stanno facendo”).

Al Consorzio Franciacorta, oltre a chiedere interventi incisivi quali l’espulsione e la necessità di prendere nettamente le distanze per questa e altre aziende che adottano politiche simili, mi permetto di ricordare una cosa:

Quando si comunicano cose che hanno a che fare solo con i successi, è necessario accertarsi di essere inattaccabili, altrimenti l’effetto boomerang può essere devastante.

P.S. Voglio aggiungere che ho già parlato personalmente con Maurizio Zanella il quale ha dichiarato che non è cosa facile intervenire in merito ai prezzi, in quanto la legge impedisce azioni in questo senso. Però, dico io, è necessario trovare una soluzione.

Addio ai super esperti millantatori? La speranza è l’ultima a morire.

Non posso che trovarmi perfettamente in linea con l’articolo a firma Gian Michele Portieri apparso sul Giornale di Brescia lo scorso giovedì.

Oggi, troppi appassionati/sommelier/scrivani escono dal seminato del buon senso per cimentarsi in ruoli che non gli competono. La passione per il vino, che viene puntualmente sventolata, pare un insostenibile baluardo offuscato dalla frustrazione da prestazione(o sindrome da uccello piccolo) del presunto esperto: “devo dire qualcosa di complesso che stupisca, qualcosa che difficilmente il mio interlocutore può capire così da poterlo stupire, erigendomi ad enoico fenomeno”. Il problema è che a volte si può incappare in qualcuno che le cose le sa davvero e quindi cadono le maschere. Entra a piedi pari nella chimica e nella biologia, passando per la tecnica enologica, la geotermia, la climatologia… Il nuovo “espertone” è un frullato di tutto questo, è un concentrato di minchiate che cominciano prima dell’assaggio. Quando mi parlano di lieviti, porta innesti, acciaio o legno(nel caso, chiedono pure la marca del legno) smetto di essere gentile, mi infurio di fronte a queste persone e non ho più rispetto. Morale: non puoi arrivare con due metri di cresta e non sapere –di fatto- una cippa di niente.

Leggetevi come parlano di vino Ziliani, Mauro Erro, Giuliani, (solo per citarne alcuni che leggo sempre con grande piacere da anni) persone capaci e competenti che potrebbero anche osare di più, entrare nei vari tecnicismi che formano un vino o il suo concetto più ampio… Non lo fanno, perché la loro passione per il vino, la curiosità e la voglia di raccontare in maniera comprensibile ai più, il proprio punto di vista, prevale su ogni cosa, anche sul gioco di “chi ce l’ha più lungo”. Oppure la bravura di Nicola Bonera nel descrivere quello che sente in un vino: è bravissimo (ed è bresciano! ;-) ). Ecco, se il sommelier, così come l’appassionato giornalista si limitasse a esprimere il suo punto di vista, senza mascherarlo da verità assoluta e senza dover entrare in ambiti che non gli competono (e che conosce solo per sentito dire, per aver rubato qualche concetto sparso nella rete o peggio ancora, è stato colpito dall’impeto di un amico che da più tempo di lui, hai capito il meccanismo delle minchiate), il mondo del vino ne gioverebbe? Si, senza alcun dubbio.

Morale: diteci se vi piace, se dal vostro punto di vista è buono. Poi, se volete, spiegateci anche il perché ma senza dare colpe (o premi)ai porta innesto, al potassio, alla pioggia e alla merda delle galline. Vi prego.

P.S. la stessa cosa vale anche per i produttori, che dovrebbero limitarsi a raccontare ciò che sono in grado di dimostrare, lasciando i racconti e la fantascienza a fini commerciali, in cantina.

Extra Brut Camossi S/A

E’ ufficialmente in commercio da oggi ed è stato presentato in anteprima assoluta lo scorso lunedì, all’interno di una degustazione di soli Franciacorta organizzata dalla delegazione AIS di Modena e guidata da Franco Ziliani, che ringrazio di cuore per aver tenuto a battesimo questo -per noi- nuovo, entusiasmante risultato. Un grazie anche a Barbara Brandoli, ambasciatrice del vino in terra di Modena.

Un nuovo vino si affaccia nella lista di quelli prodotti dai fratelli Camossi in Franciacorta. Il nuovo Extra Brut è frutto della vendemmia 2008, pur non riportando il millesimo in etichetta. Venticinque mesi sui lieviti per un vino che rappresentava inizialmente un esperimento che, rivelatosi entusiasmante, ci ha fatto decidere di creare una nuova etichetta.

Una composizione varietale che vede per l’ottanta per cento lo Chardonnay proveniente dai vigneti di Erbusco e il restante venti dal Pinot Nero di una vigna a Provezze.

Il 10% dello Chardonnay fermenta in legni esausti, solo per conferire al vino una quasi impercettibile nota ossidativa.

Con questo vino andiamo a introdurre una nuova informazione per il consumatore: il numero del lotto, già identificabile chiaramente nella data di sboccatura, si arricchirà anche della data del tiraggio verificabile dai registri di cantina.

Un altro vino che per noi rappresenta un grande risultato nel percorso che abbiamo deciso di calcare e con il quale raccontare il modo con cui i fratelli Camossi, intendono esprimere il territorio in vino.

Domenica al Salone del Libro di Torino

Se domenica vi trovate per caso a Torino, vi invito a venire ad ascoltare il sottoscritto -che si incespicherà e che si dimenticherà il nocciolo del discorso mentre lo sta esponendo- che insieme a Franco Ziliani, Vittorio Rusinà, Luigi Fracchia, Barbara Brandoli e altri, saremo presenti al Salone del Libro per il convegno titolato: 

Le parole per parlare di vino Oltre il gergo iniziatico dei sommelier, i blogger rivoluzionano il modo di descrivere il vino: pratica e grammatica, degustazione e parole – Tentazione e Meditazione”

Qui il link per saperne di più.

Buon fine settimana!

Il ruolo dei Consorzi? Per me devono tutelare il Territorio e interagire con chi lo promuove.

Non posso che essere d’accordo con quanto scrive Angelo Peretti –e che riprende anche Franco Ziliani sul sito nazionale dell’AIS- che picchiando i pugni sul tavolo, descrive quale deve essere il ruolo primario dei Consorzi: promozione del prodotto (vino) e non del territorio. È anche vero però, che senza un territorio non si possa promuovere il vino e senza vino (inteso come prodotto intrinsecamente legato al territorio) non si possa promuovere un territorio, raccontandone la forte propensione vitivinicola.

Il ruolo dei Consorzi deve essere certamente la cultura del prodotto, ma la stessa non può prescindere da ciò che succede nel territorio. Cementificazioni che, di fatto, indeboliscono l’immagine di una zona e conseguentemente la sua credibilità… Piani urbanistici che continuano a levare aree boschive fondamentali per la riuscita di un grande vino… sono solo due dei tanti aspetti che determinano l’indispensabile ruolo del territorio nei confronti di ciò che di agricolo si decide di produrvi.

Certo non possono diventare enti turistici, i Consorzi, però dovrebbero cominciare a dialogare con le istituzioni, facendo sentire il proprio peso politico per tutelare un territorio che qualcuno -meno agricolo- dovrà promuovere anche con il loro fondamentale contributo.

Credo fermamente che i Consorzi, oltre a dire che il vino prodotto in quell’area è buono, debbano porsi a tutela del territorio, poiché lo utilizzano per promuovere il vino che loro stessi producono. Devono necessariamente dialogare e interagire con gli enti preposti alla promozione turistica al fine di migliorare la conoscenza del territorio, inteso come contenitore di prodotti figli della cultura dell’uomo, insediato da secoli in quell’area.

Promozione e Tutela sono imprescindibili per il territorio, perché non si può promuovere qualcosa che non esiste.

Personalmente penso che la tutela del territorio sia insita nella cultura rurale(quella vera) e che da sola, rappresenti il più grande strumento di promozione per qualunque territorio.

Nuovo Calice Franciacorta: tra dubbi, perplessità e tecnicismi vari.

Bello, elegante, raffinato e di sicuro effetto il nuovo calice Franciacorta di Rastal, ma ecco le prime avvisaglie che qualcosa non va. Dopo che ne avevo dato notizia in questo post, non ne ho più parlato in quanto dal consorzio mi hanno “disturbato” -mentre ero a Londra- per dirmi che non avrei dovuto esprimermi perché la presentazione ufficiale sarebbe avvenuta a Vinitaly.

Presentazione che, causa il caldo, il caos e altri disservizi vari, non so nemmeno se l’abbiano fatta. Durante la manifestazione veronese ho cercato di raccogliere le impressioni di clienti e appassionati, tutti d’accordo sull’estetica di grande appeal ma altrettanto d’accordo sui limiti tecnici del bicchiere. Come sottolinea Franco Ziliani nel suo ultimo post su Le Mille Bolle Blog, oltre all’assenza quasi totale del perlage, si somma una certa perplessità nel cogliere tutte le sfumature olfattive del vino contenuto. L’esperimento che ho portato avanti (e che continuo a portare avanti) anche dopo Vinitaly è di analizzare lo stesso vino sia nel nuovo calice, sia in quello che considero un ottimo bicchiere da degustazione quale il “vecchio” rastal 53 che utilizzo per qualunque tipo di degustazione, tecnica e non. Fondamentale il camino nel liberare i profumi che nel confronto, risultano decisamente più chiusi con il nuovo calice, mentre si liberano omogeneamente nel 53. Poco profondo e molto largo in testa tende a disperdere velocemente le sfumature olfattive, quasi come se non ci fossero. Il punto perlage è di una sezione molto piccola e subito strozzata da un angolo molto stretto che impedisce una reazione del vino alla porosità del vetro, quindi niente (o poche) bolle.

Dubbi e perplessità in merito al nuovo contenitore non sono pochi. Attendo una replica da parte di chi ha ideato e deciso di farlo diventare il contenitore ufficiale dei vini Franciacorta, con la speranza che non sia un flop come il libro sulla (e sul) Franciacorta promosso alla fine dello scorso anno a fronte di un investimento di non poco conto.

E son soddisfazioni!

Stavolta un sassolino dalla scarpa voglio proprio togliermelo, alla faccia di chi non crede che Opol possa essere un grande progetto concreto, alla faccia di chi pensa che il successo di Arici e Camossi sia dato esclusivamente dall’immagine del territorio.

Con Enrico in un territorio che, di fatto, non esiste o come dice Morichetti “un posto che a spanne pare in culo al mondo del vino di qualità-  abbiamo dato concretezza alle nostre idee nel più classico degli schemi: prima fare, poi comunicare e poi sperare(perché oggi serve pure quello). ;-)  

La stessa cosa si sta portando avanti (da più tempo)anche con le Aziende franciacortine, con il medesimo schema.

Un sistema dove tutti ci poniamo sullo stesso piano e mettiamo in discussione i nostri sogni, le nostre idee, le nostre competenze e i nostri ideali, non può più essere qualcosa che passa inosservato. Provate cosa abbiamo fatto, venite a visitare le aziende e provate a sedervi a un tavolo con i Contadini a parlare di agricoltura, di natura, di boschi e della vite. Ogni volta che li sento discutere mi gonfio come un pavone e sono l’uomo più orgoglioso del mondo ad averli incontrati e a poter lavorare con loro.

Grazie Andrea, Claudio, Dario ed Enrico e a tutte le persone che credono in noi.

Per gli altri, parlano i risultati(che non arrivano), a dimostrazione che il territorio lo fanno gli uomini e non le storielle.

Corbon: essere Viticoltore in Champagne

Bella, interessante e profondamente didattica la degustazione che si è tenuta lo scorso mercoledì presso l’Osteria Ricerca Vini di Milano. Un incontro con un piccolo produttore di Avise che ha iniziato a mettere in bottiglia il suo vino nel ’68.

Monsieur Corbon è certamente un ottimo rappresentate di quella ruralità francese che tanto mi piace. Al tavolo me lo sono trovato di fronte e così ho potuto dare sfogo a tutta la mia curiosità, con l’indispensabile contributo di Franco Ziliani e del suo francese impeccabile.

Prima di arrivare ai vini, voglio raccontarvi qualcosa sull’azienda e conseguentemente quelle che sono le mie riflessioni in merito.

Corbon possiede sei ettari Gran Cru ad Avize. Dal 2006 è affiancato dalla figlia Agnès, la quale ha deciso di dare una scossa alla vendita delle loro 10mila bottiglie creando anche un blog aziendale. A questo punto, mentre il naso correva sui primi due vini “Absolument Brut” e “Brut d’Autrefois” ho cercato di fare i conti in tasca ai Corbon -con il loro permesso- per capire meglio in cosa si differenziano le “modalità d’azione” (e perché)tra un produttore italiano e uno d’oltralpe.

L’economia dell’azienda Corbon è fortemente orientata alla vendita dell’uva che nella vendemmia scorsa, ha raggiunto un valore di sei euro il chilo. Poniamo una resa per ettaro di 100ql(come se fossimo in Franciacorta), moltiplichiamo per 4,5ha e per il suo prezzo e il risultato è palese.

Con una parte del guadagno derivante dalla vendita dell’uva ha mantenuto la sua famiglia, mentre un’altra parte ha deciso di investirla nella sua passione di fare vino, che è ben insita nella sua cultura e che gli riesce davvero bene. Questo modello non rappresenta alla perfezione il sogno di ogni appassionato di vino? Beh, il mio di certo!

Pensiamo se dovessimo fare lo stesso in Italia, magari in Franciacorta dove ai viticoltori fortunati il 2010 gli ha visto riconosciuto la bellezza di un euro per ogni chilo d’uva, per la medesima resa per ettaro. Pensate se in Francia i prezzi delle uve dovessero deciderli chi le compra, invece di chi le produce. Credete che le multinazionali che governano alcuni dei marchi più conosciuti al mondo, continuerebbero ad acquistare uva a sei euro il chilo?

Questa enorme differenza dei prezzi –tra Francia e Italia- per quelli che ancora credono che la Champagne sia stata creata da Dio dopo Adamo, Eva e le caramelle “Morositas”, è facilmente riassumibile con: “lo champagne è più buono”, ma personalmente non credo sia l’unica riflessione possibile.

Il prezzo di un prodotto non si limita a determinare esclusivamente il valore del prodotto stesso e nel caso del vino, maggior valore della materia prima(uva) significa prezzo sostenuto del prodotto finito (vino) che riflette la sua quotazione sul valore del lavoro contadino, sulla valutazione dei suoli e sul prestigio di un territorio.

Quale pirla sarebbe disposto a vendersi un ettaro di vigneto ad Avise, perché l’immobiliare di “ ‘sta Cippa” vuole costruirci una straordinaria corte in stile simil-barocco? Quale amministrazione comunale si mostrerebbe così stupida da offrire una concessione edilizia che tolga spazio, bellezza e prestigio a quei paesaggi rurali?

Quale amministrazione sarebbe disposta a mettersi contro una classe contadina, così economicamente e politicamente forte?

Ecco come hanno fatto i francesi a costruirsi i loro territori vitivinicoli e soprattutto come continuano a salvaguardarli. Questo è il modo di agire che mi aspetto da chi produce vino in Italia e da chi non ha ancora capito che senza il Territorio, non si possono produrre grandi vini.

Tornando ai Corbon, che conoscono benissimo il valore del loro Territorio e l’importanza dell’attività contadina che svolgono, bisogna dire che producono dei vini che rappresentano tutta la loro passione.

I primi due “Absolument Brut” e “Brut d’Autrefois” sono due vini di “concetto”: cuvée di diverse annate con una composizione varietale di 60% chardonnay, 25% pinot nero e 15% pinot mounier e almeno 30 mesi sui lieviti il primo; 80% chardonnay, 20% pinot nero e settanta mesi sui lieti per il secondo. La data di sboccatura non è riportata in etichetta (e io credo sia sempre più necessaria per poter valutare il vino)ma Claude Corbon dichiara siano stati sboccati a ottobre. Perfetto in ogni sua nota l’ Absolument, anche se l’ho trovato eccessivamente maturo e troppo complesso, rispetto al mio modo d’interpretare un vino “d’ entrée”. Profondo e carnoso il “Brut d’Autrefois”, che fonde perfettamente la volontà dell’uomo con la potenzialità delle sue terre. Una maturità precisa, un naso molto aperto con note ossidative che lasciano trapelare lo spessore delle basi utilizzate per comporre la cuvèe.

A seguire un vino d’annata, uno di quelli che prediligo, Chardonnay 2002. Solo acciaio e cemento, per una scelta -quella di Corbon- di lasciare esprimere le peculiarità del suo vigneto di Avize.

Peccato per la sboccatura che contava solo quindici giorni e che non mi ha permesso di apprezzarne al meglio gli aspetti olfattivi, ma alla bocca è stato impossibile negarne la grandezza. Il mio preferito! Armonico, rotondo e pieno con 8gr/l di zucchero, annientati dal sale e da un’acidità precisa e tagliente. Asciutto e infinito, un vino che ho dovuto necessariamente trissare, perché un semplice bis sarebbe morto inutilmente di solitudine.

In chiusura una degustazione “orizzontale” di vini della vendemmia 2004 di vigneti diversi sia per zona, sia per età delle vigne. Un bel gioco privo di maschere, che ha visto sia nelle Jeune vigne di Verneuil che quelle di Avize, esprimersi in vini verticali e dalle spalle strette. Altro discorso invece per le Vieille di Avize il più estremo di tutti per pienezza, sapidità e persistenza, con una piacevole accennata nota di lemongrass.

Ah, Corbon non ha ancora messo in commercio né la vendemmia 1996, né la 2001… Come dire: “quando un mestiere ha valore si tramuta in arte, l’arte diventa cultura e la cultura territorio”. Il valore dell’agricoltura.

 

“Terra”: l’ultima eccellente “creatura” di Antonio Mori

Ci mette passione, tenacia, grinta e tutta l’esperienza maturata in tanti anni di attività Antonio Mori, nella sua nuova avventura mantovana che si chiama Terra.

In quel di Viadana, nel profondo sud della provincia di Mantova, ha dato vita a un ristorante ricavato in una vecchia cascina lombarda nel mezzo di un centro sportivo polifunzionale con ben tre campi da rugby (e si sa che a Viadana il Rugby è cosa seria).

Un restauro conservativo eccellente rende il luogo unico e fascinoso, avvolto da una luce brillante che non trova ostacoli, perché tutt’attorno non vi è altro che campi e agricoltura.

L’ex Signor Bortolino non scende a compromessi per la sua nuova creatura. La ricerca che mette in campo nella scelta delle materie prime è prerogativa fondamentale. Per il pane si reca ogni giorno in un piccolo forno di Guastalla attraversando il Po. Le verdure vengono da piccole coltivazioni locali e rappresentano la stagionalità. La stessa attenzione anche per le carni -delle quali Antonio vuole sapere con cosa è stato nutrito l’animale prima di vederselo recapitare in cucina- come lo straordinario piccione che mi sono assaporato ieri, fatto di tre parti con relative cotture: le coscette, il petto, il fegato e il cuore.

Eccellente leggera e gustosa la trippa, fatta con chiodi di garofano e cannella per esaltarne la golosità.

La carta dei vini è completa e mai banale e non a caso ieri ci siamo stappati, fra le altre, anche una bottiglia di Barolo “Le Coste” di Rinaldi del 1998. Per descrivervi al meglio questo vino, ci vorrebbe il nebbiolesco palato dell’amico Franco Ziliani (chi meglio di lui),ma vi è sufficiente sapere che si tratta di una delle cose più buone al mondo, oltre che di un vino eccellente sotto ogni punto di vista.

Non si può non andare a visitare “Terra” almeno una volta nella vita, e per la cucina e per i vini e per il luogo e per Antonio Mori, artefice e regista di una squadra che trapela passione e professionalità.

Giovedì prossimo si terrà una degustazione per la quale hanno preso spunto da un mio post, relativo all’inutile ostinazione di alcune persone nel cercare un confronto costante tra Franciacorta e Champagne. Purtroppo non potrò essere della partita perché il mio calendario d’impegni mi vedrà indaffarato (è il caso di dirlo)in una degustazione organizzata da alcuni amici sommelier, dove protagoniste saranno oltre trenta bottiglie di metodo classico provenienti da diverse parti del mondo.

Andare a trovare Antonio potrebbe anche voler dire ritrovarsi vicino di tavolo un tizio riccioluto, non molto alto, che a un certo punto imbraccia una chitarra e attacca “Impressioni di settembre” come difficilmente riuscireste a sentirla da chiunque altro, anche perché il riccioluto cantante è nientemeno che Bernardo Lanzetti, una delle voci più belle in assoluto.

Terra: via Pangona, 76

Cogozzo di Viadana (MN)

tel. 0375833858

mail. terra.lavadera@email.it