La Puglia dà l’esempio: due bandi per riforestare -con criterio- il territorio

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Mentre la crisi morde alle caviglie il nostro paese, segnato da opportunismo e incapacità amministrativa della cosa pubblica da parte di politici cialtroni, la regione Puglia si sveglia dal letargo e mette in cantiere due bandi per combattere il degrado … Leggi l’articolo completo

Inquinare per poi edificare

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Ieri ho ricevuto l’ennesima pessima notizia che riguarda come al solito il rapporto “uomo stupido VS ambiente”. Si parla d’inquinamento, di un torrente alle porte della città che diventa verde fluorescente e dei conseguenti pericoli. Chi mi ha inviato questo … Leggi l’articolo completo

I FAN si presentano a Brescia in occasione delle Mille Miglia

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Ricevo e pubblico. G.A. I FAN si presentano a Brescia: in occasione delle Mille Miglia! E quale miglior occasione delle Mille Miglia, la manifestazione automobilistica che ha reso Brescia famosa in tutto il mondo, per presentarsi ufficialmente alla città? Appunto … Leggi l’articolo completo

Tombea, i “chiarimenti” della cooperativa

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A seguito del mio post sul formaggio Tombea, ho ricevuto una mail da parte del presidente che esprime la posizione della cooperativa. Con piacere, per diritto di chiarezza, pubblico qui il testo completo; A seguito però, alla mia richiesta di … Leggi l’articolo completo

DUNE Unveiled Beauties: le Dune di Nikbarte in mostra a Brescia

Mostra Fotografica DUNE Unveiled Beauties – Bellezze Svelate, Brescia, 11 aprile – 31 maggio 2012.

Prende avvio con l’inaugurazione di Giovedì 19 Aprile alle ore 18:00, presso L’Arcobaleno in Via Luzzago n. 6 a Brescia, la mostra fotografica personale del noto fotografo bresciano Nikbarte, (www.nikbarte.it) che si protrarrà fino al 31 maggio preannunciandosi molto suggestiva già dal titolo:  DUNE Unveiled Beauties, Bellezze Svelate.

Nikbarte, fotografo di grande sensibilità, ed esperto di fotografie del deserto, esporrà in quest’occasione una suggestiva selezione di 18 scatti in bianco e nero per fare conoscere al pubblico la sua personale interpretazione dei “mari di sabbia” da lui attraversati, spesso a piedi, nonché la straordinaria bellezza naturale delle dune.

Unveiled Beauties – Bellezze Svelate, rappresenta una chiave di lettura poetica e meditativa della sabbia nelle sue infinite e mutevoli forme, accesa dai bagliori e dalle luci del deserto che ne fanno risaltare l’infinito gioco delle ombre e l’eterno silenzioso movimento.

Un microcosmo di granelli di silicio che rivelano, attraverso l’arte del fotografo, sensualità, sinuosità, fascino, morbidezza, bellezza e mistero. Una chiave interpretativa non priva di suggestioni e di inevitabili metafore esistenziali.

Le opere esposte, una piccola selezione della monumentale raccolta realizzata da Nikbarte nel corso dell’ultimo decennio, permettono di ripercorrere attraverso il cogliere del suo sguardo le emozionanti  esplorazioni a piedi da lui compiute in totale solitudine, all’interno dei più famosi e  suggestivi deserti di sabbia e roccia del nostro pianeta:

Great Sand Sea, Gilf el Kebir, Erg Murzuq, Acacus, Wan Kasa, Karafish Desert, White Desert, Black Desert, Qattara Depression.

La mostra e’ a ingresso libero e sara’ aperta nei seguenti giorni della settimana:

Lun. – Ven. dalle 11:00 alle 15:00
Ven. – Sab. dalle 18:00 alle 24:00

Informazioni  e contatti con l’autore sul suo sito  www.nikbarte.it  oppure tramite il profilo Facebook “Nikbarte”.

Vigneto Pusterla: finalmente una gestione!

Dopo anni di totale incuria, abbandono e immondizia, il Ronco Capretti tornerà a produrre uva e forse anche vino. L’articolo di oggi a pagina 16 del Giornale di Brescia (per il quale sono stato contattato telefonicamente ma non citato) è eloquente e finalmente mostra la luce oltre il tunnel. Non è chiaro se a vinificare sarà il centro vitivinicolo provinciale o qualche privato, ma l’importante è che qualcosa si sia mosso. Per il futuro si avvarranno di un professionista di una certa esperienza, Renzo D’attoma (al quale ricordo che nel vigneto che sta di fronte coltiviamo quasi un ettaro a Invernenga e che semmai avesse bisogno di legni per riprodurre le piante, può attingere quando crede).

Adesso bisogna solo sperare che il progetto che metteranno in atto, non si affossi come il precedente creando ulteriori danni.

A loro il mio augurio perché possano davvero dare un futuro a quello straordinario pezzo di terra.

 

P.S.

Personalmente, nel progetto che avevo presentato, ambivo a portare il Comune di Brescia a diventare produttore di vino, per un utile da reinvestire nel verde cittadino, con una parte di bottiglie vendute all’asta, ecc.

Dal Comune mi sarei aspettato uno sforzo maggiore per non lasciarsi scappare un’opportunità così rara, dalla proprietà mi sarei aspettato almeno una riflessione trasparente. Del resto si sa, eleganza, educazione e capacità di valutazione sono merce sempre più rara, soprattutto a Brescia.

Cascina Margherita: un grande progetto nelle mani giuste

Esistono luoghi bellissimi, spesso celati dai rovi che avanzano inesorabilmente e dall’incuria dell’uomo che “o è profitto personale o non m’interessa”. Posti da non vedere solo come luoghi racchiusi tra un paio di coordinate, ma come cassetti della memoria capaci di evocare i sogni dell’infanzia, i ricordi e le emozioni… oppure sono luoghi che stanno dietro casa e non lo sai e quando ti ci trovi nel mezzo ti manca il fiato tra fascino e oggettiva bellezza.

Parlando di sogni con Mario Brambilla, non ho resistito dal chiedergli se l’idea di acquistare un ex convento diroccato per riportare l’agricoltura in quei prati a terrazze e cintati da boschi, sul Monte Maddalena (in piena città), fosse il suo sogno. Mi ha risposto: “è il mio sogno, lo voglio realizzare e lo sto realizzando”.

Cavalli, asini e api per cominciare, oltre alla ferma volontà di fare marmellate, di piantare cotogne, forse della vite e poi pascolo.

Ha le idee chiare Mario e in quel luogo ci ritrova i suoi ricordi e da quelli, la volontà di fare, di ricreare e di riportare indietro le lancette del tempo.

Non conosco la storia del signor Brambilla, ma certamente un progetto del genere, dove alla base sta un restauro conservativo di una struttura (Cascina Margherita o più anticamente Malga Rita) dalle importanti dimensioni e di una chiesa risalente al 1400, una certa liquidità economica la richiede, ma questa non costituisce una notizia interessante.

Il senso vero del suo progetto è quello di lasciare un segno indelebile nella storia culturale di questa città, di riportare alla luce un passato che troppi credono inutile come riesumare un cadavere dopo quarant’anni. Un entusiasmo travolgente il suo, che lo strappa da una direzione lavori e lo “costringe” a portarmi al castagneto che sta facendo ripulire con meticolosa sapienza.

Come ho detto sopra, la notizia che il signor Mario possa permettersi il lusso di tale operazione, non la trovo una cosa della quale stupirsi, in quanto esistono molti altri imprenditori con le medesime possibilità ma dai quali lui dimostra essere ben distante, nel pensiero rivolto alla storia, al futuro e all’uomo che sta nel mezzo. Vi basti pensare che l’immobile era stato acquistato da un famoso imprenditore che voleva farci un super hotel o qualcosa del genere e che se l’è tenuto per una decina d’anni, nei quali il comune (clamorosamente) ha sempre negato tale operazione. I fatti insegnano che non mancano persone con grandi possibilità, ma che è la qualità dell’uomo a latitare nel buio delle sue –spesso- illogiche scelte.

Le cose straordinarie di questa storia sono altre, ovvero la motivazione poco imprenditorial-bresciana ma tanto umana, avvallata dal fatto che Mario (udite, udite) ha ottant’anni!

Oggi gli ho sentito dire che prima di morire, vuole assolutamente vedere finita l’opera. Ha l’entusiasmo di un ventenne e una tempra invidiabile e sono certo che realizzerà il suo sogno, nella speranza -mia- che possa essere d’esempio per altri.

Ringrazio Daniela, architetto e prossima ristoratrice in quel di Salò, per avermi fatto scoprire questa meraviglia a due passi da casa.

Lugana: un gioiello di economia agricola in pericolo per la TAV.

La TAV, quella straordinaria opera seconda solo al ponte sullo stretto e prima micidiale –per me- perdita di stima nei confronti di Monti, il quale dovrebbe comprendere che oltre la matematica può esistere qualcos’altro.

La TAV che altro non rappresenta se non un accordo politico, un intreccio d’affari sempre connessi alla politica partitica, la cui unica utilità è rappresentata da profitti privati e forse pubblici, è uno degli investimenti più bizzarri (per non dire stupidi)della storia italiana.

Chi l’ha progettata e chi l’ha concessa, devono essere parenti o in qualche modo si sono formati insieme, perché non hanno tenuto conto di niente. Il progettista ha tracciato delle righe su una carta fisica del ‘49 e l’altro gli ha detto che andava bene.

Queste persone non si sono minimamente rese conto dell’urgenza ambientale che ci soffoca, non hanno tenuto conto dell’importanza di un’economia agricola in rapporto alla vita dell’uomo e la cosa peggiore è che non ascoltano le ragioni di chi vive in una -e di una- fascia di terra. Come se i voti presi a predicare insolute promesse, fossero garanzia e il lasciapassare per decidere qualunque cosa, spesso in nome di un illegale e vergognoso tornaconto personale.

La TAV passerà anche da Brescia e soprattutto andrà a tagliare in due il territorio di Lugana, un altro vincente esempio d’imprenditoria vitivinicola bresciana.

Ettari di vigneto al macero per far passare il trenino e un sistema agricolo fortemente in pericolo, non solo in chiave ambientale ma anche perché l’immagine della zona produttrice, sarebbe colpita al cuore. In Italia l’agricoltura non vale nulla perché sfruttata dal commercio di massa e realtà capaci di fare sistema come la Lugana devono essere portate ad esempio.

Le pagine bresciane del Corriere della Sera danno spazio al tema (e per fortuna dico io!)e dopo il bell’articolo Vittorio Messori di mercoledì insiste intervistando, tra gli altri, Francesco Montresor Presidente del Consorzio di Lugana nel pezzo di Matteo Trebeschi.

Esistono progetti alternativi che aspettano solo di essere presi in considerazione. Progetti che permetterebbero la convivenza di un patrimonio agricolo e di quella grottesca opera che risulta essere la TAV.

Faccio un appello alla Politica bresciana tutta, di non sentirsi esclusa da questa emergenza e che per una volta, abbia la decenza di cancellare quel pensiero che non gli consente di guardare oltre il confine del suo giardino.

È arrivato il momento che la Politica dimostri di essere utile alla collettività e non un fardello. Ci sono progetti alternativi alle righe tracciate dal progettista, che devono essere valutati in ogni loro aspetto e il tempo a disposizione è sempre meno: usatevi per questo.

Agli amici di Lugana, a Carlo Veronese, metto a disposizione questo blog per qualunque comunicazione, per qualunque cosa.

Mario Pasolini nel ricordo di Francesco Falcone

A Brescia c’è un vigneto che dal 1971 gode di una sua piccola ma storica notorietà e di una locale quanto solida dignità di cru: il Ronco di Mompiano, posto sul dolce Colle San Giuseppe, nel cuore della città.

Artefice e custode di quella rarefatta quanto preziosa enclave vitata e del vino che da essa trae origine fu Mario Pasolini, vignaiolo che ebbi il privilegio di conoscere nei miei anni di residenza bresciana (tra il 1998 e il 1999).

Di lui mi colpirono il nobile attaccamento a quello specchio di vigna e l’incrollabile fiducia nel mestiere di contadino-artigiano, nonché una passione viscerale per il vitigno nebbiolo: lo imparò a conoscere ed apprezzare fin da studente – quando frequentava la Scuola Enologica di Alba – lo piantò a Mompiano alla fine degli anni ’70 e di tanto in tanto lo vinificava e imbottigliava per sé e per gli amici.

Da qualche mese Mario ci ha lasciato e così l’ultima bottiglia del suo Ronco di Mompiano, nella mia cantina da tempo, mi dà l’occasione di ricordarlo come merita: vendemmia 1997, blend di marzemino e merlot, e nel calice un rosso rustico ma ancora saporito, un po’ sfilacciato nei profumi ma lontano dall’ossidazione; claudicante nel portamento ma tutt’altro che seduto.

Spero che Mompiano resista – non solo nella nostra memoria – e che il suo
vino, compagno ideale dello “Spiedo”, continui a trovare spazio nelle migliori
tavole del Bresciano. [Francesco Falcone]

Pezzi di mondo e porzioni di crosta terrestre: e se in Valtènesi il vino nascesse davvero dalla terra?

di Paolo Pasini

L’importanza del territorio per la nascita del vino oggi pare un concetto perfino banale, ma la sua profonda attualità è ancor più vera quando applicata a un vitigno tanto antico e radicato in quel pezzo di terra da essere considerato vitigno autoctono.

Quello specifico vitigno, con le sue particolarissime manifestazioni, alligna come meglio non saprebbe fare solo in una sua specifica parte di crosta terrestre, grande come un’intera regione oppure piccola come un’area fatta di pochi paesi, una sorta di piastrella magica che sale dal centro della terra per dedicarsi alla sua pianta ideale o alle sue poche varietà preferite.

Concetti illuminati che ho perlopiù riportato dalla lettura di un lavoro di Roberto Cipresso, noto winemaker internazionale.

La Valtènesi allora, terra di colline moreniche variegate, argilloso-calcaree e ricche di scheletro, potrebbe essere la piastrella ideale del Groppello, oggi accompagnato dalle varietà che da secoli gli stanno vicine in vigna.

Varietà diffusa da più di 700 anni in un’area decisamente maggiore di quella coperta dalla piccola Doc gardesana neonata, fin dal Millecinquecento è diventata propria dell’area bresciana dal Garda e oggi è rimasta quasi unicamente nel suo orto preferito, una piccola porzione di crosta terrestre di poche centinaia di ettari.

I produttori di Valtènesi ed il loro Consorzio ci credono e hanno ottenuto dal Ministero il riconoscimento della Doc Valtènesi, portando alla loro tesi la peculiarità territoriale, la lunga tradizione, la rarità del vitigno autoctono Groppello e la volontà di sperimentazione proprio sullo specifico vitigno, al fine di ottenerne la profonda comprensione per arrivare alla sua espressione ideale.

Ma le piastrelle esclusive son tali anche perchè fatte di esposizioni, di posizioni, di fattori di variabilità, di piccoli habitat, quindi di orti diversi da altri orti ed il Valtènesi sarà un rosso elegante e setoso o appena più minerale e speziato o perfino più caldo e consistente ed in altri orti ancora sarà Valtènesi Chiaretto, il vino rosa figlio di una precisa vocazione delle sue colline che scendono verso il lago, codificata in Valtènesi nel 1896.

E’ proprio con il Valtènesi Chiaretto che la nuova denominazione si presenta al pubblico ed al mercato.

Lo fa il 14 Febbraio, data in qualche modo dedicata all’amore o agli innamorati e che si collega allo stesso amore tra il Senatore veneziano Molmenti e la nobildonna gardesana Brunati, grazie al quale quest’ultimo alla fine dell’Ottocento si stabilì a Moniga, impostando la viticoltura di ricerca e qualità in Valtènesi, codificando e sperimentando la produzione del primo Chiaretto.

Poche ore di contatto tra il mosto e le bucce delle uve rosse di territorio e poi il rito della svinatura notturna.

In quel preciso istante il Chiaretto fa proprie la freschezza ed il temperamento degli acini di Groppello, che determinano il suo carattere.

Oggi i produttori di Valtènesi si prefiggono di continuare la secolare tradizione presentando il Valtènesi Chiaretto 2011, il vino rosa che intende racchiudere in sé la forza di tutta la terra che lo produce e la gentilezza della vinificazione in rosa.

E per la prima volta nella sua storia lo fa portando il nome del suo magico pezzo di mondo.