adesioni comitato no amianto

Continua il lavoro del comitato no amianto di Gianico, che consiste nell’informare la popolazione camuna su quanto è stato progettato. E’ incredibile, nonostante l’interesse dei media, quante persone in Valcamonica non abbiano la più pallida idea di quanto si stia valutando di fare nella zona industriale di Gianico. SI PREVEDE LO SMALTIMENTO DI 80.000 TONNELLATE DI AMIANTO ANNUE, ATTRAVERSO UN PROCESSO DI INERTIZZAZIONE CHE NON GARANTISCE LA NON USCITA DI FIBRE D’AMIANTO DURANTE LA LAVORAZIONE. A RISCHIO LA NOSTRA SALUTE.

La Valcamonica ha dei record, e sono quelli del numero di tumori e di altre patologie (tra cui il parkinson precoce)  legate agli insediamenti industriali della lavorazione del tondino. A distanza di anni, gli studenti di Darfo Boario Terme hanno livelli di manganese 10 volte sopra la media. Ignoriamo questi dati? O li vogliamo far incrementare?

Secondari, ma non meno importanti, i rischi del territorio, legati al trasporto su gomma che porterà nuovo traffico dall’autostrada fino alla Valle. Attraversando la franciacorta, e probabilmente costeggiando tutto il lago d’Iseo, magari dovrà evitare anche le gallerie, si sa mai. Vorrei sapere cosa ne pensano il consorzio per la tutela del franciacorta, gli albergatori del lago d’Iseo, quelli di BOARIO TERME, il consorzio adamello ski, perché al momento non mi pare abbiano preso posizione in merito.

Nel frattempo continua la raccolta firme, ormai intorno alle 11.000, ma dobbiamo darci da fare, in valcamonica siamo quasi 120.000!!

Informate zii, zie, nonne, nonni, cugini, cugine, nipoti, fidanzati e fidanzate, suocere, amanti e trombamici: potranno firmare qui:

Sabato 11
A Boario  banchetto firme per il mercato ( 9 -12)
a Lovere, nel pomeriggio, presso la scuola elementare, dove c’è un convegno sull’alimentazione sana.
Domenica 12
a Pisogne banchetto firme dalle 10 alle 16
Martedì 14
Banchetto di raccolta firme a Breno per San Valentino.
Serata informativa a Rogno con l’amministrazione comunale,  presso il Teatro, con la presenza del prof. Vangelisti, medico dell’ ASL di Vallecamonica;
Mercoledì 15
Banchetto di raccolta firme a Darfo per la fiera di San Faustino, davanti al Municipio
Venerdì 17
Serata informativa a Pisogne con l’Associazione giovanile del KAG .
INFORMIAMO!

Isolati siamo e isolati vogliamo restare.

Mi sembra di dover spiegare chi è Santa Lucia (o babbo natale) ad un bimbo. E’ qualcuno che ti fa regali se ti sei comportato bene, sempre, tutto l’anno, non solo a Dicembre. Così è la rete. Uno strumento immenso dove chi sbaglia viene subito smentito, grazie all’accessibilità dei contenuti da parte di chiunque, sia esso esperto teorico o del mestiere, inteso che ci mette le mani.

La Valle Camonica ha potenzialità enormi, e non le sfrutta. La rete, veicolo mondiale, è ignorata. O mal utilizzata. E così l’enoteca più “grande” della zona non ha un sito internet. Consorzi, associazioni, imprese, si iscrivono ai social network e li utilizzano nei peggiore dei modi, IGNORANDO gli utenti, soprattutto nelle critiche. E, quando costretti, non ammettono i propri errori. Esempio lampante di questi giorni, con turisti in arrivo sulle piste, che cercano informazioni attraverso facebook. Guardate e confrontate le pagine del Mottolino fun mountain e quelle di adamello ski.

Le cose belle si diffondono, le figuracce pure, ma restano nell’aria più a lungo.

Io mi sento camuna, ma non sempre….

Non mi sento camuna, almeno non quella parte rappresentata in queste t-shirt. Che A MIO PARERE, sono squallide. E mi vergogno perché le potranno vedere un sacco di persone, durante la mostra mercato di Bienno, esposte accanto al simbolo della storia camuna: il ferro battuto. Non capisco perché siano state messe vicino ai fabbri. Non è questa la loro saggezza, non quella tramandata da secoli della lavorazione del ferro con i magli mossi dalla forza dell’acqua.

Camuni da scoprire…. si, ma non per questo!!!

La bòta dè “có dè mórt”

Sulla via che prosegue, dopo Crocedomini, verso il Maniva, c’è un luogo chiamato “có dè mòrt”. A dare il nome al luogo è il fatto che ora narrerò.

Nella cascina di “Caaler”, durante l’estate, vivevano insieme un pastore e un mandriano, che però non andavano molto d’accordo.

Un giorno il mandriano, che era il più perfido, disse al pastore: “Se riuscirai a fare cento giri del lago dentro una mahtèla io ti darò tutte le mie mucche, ma se non ce la farai, io prenderò tutte le tue pecore.”

lago di "co de mort" foto Claudio pergliamici Mondo

“ Ci sto”, rispose il pastore.

Prese la mahtèla e, aiutandosi con un legno, in tre ore fece i cento giri. Uscì dal lago, andò dal mandriano e chiese le sue mucche, come da scommessa.

“Parlonhe po’ gnak”, rispose quell’altro, e dicendo questo, alzò l’ascia e tagliò la testa al povero pastore. Dopo ciò, legò due pesanti pietre ai resti dell’uomo, e li gettò nel lago.

Il mattine seguente, quando andò al pascolo, sopra un dosso poco lontano, trovò la testa del povero pastore, e si affrettò a gettarla di nuovo nel lago. Questo fatto successe per tre mattine di fila, finché il mandriano, vinto dalla disperazione, si buttò in un burrone.

Se vi trovate a passare per questa strada, dove si incontrano la Val Camonica e la Val Trompia, sulla via carrabile più lunga d’Europa sopra i 2000 mt,  incontrerete la cappella dedicata al povero pastore, con il teschio conservato all’interno.

interno cappella. Fonte: dalla rete

La mahtèla è un antico recipiente di legno per il latte, simile d un secchio ma senza “orecchi”, alto non più di 30 cm.

Racconto popolare, liberamente preso dal libro “la bota del nóno”, stampato ne 1987, scritto dai bambini e anziani Biennesi di allora.

Orti in Valcamonica

L’orto “familiare” in Valcamonica è molto diffuso. Chi ce l’ha vicino casa, chi appena fuori paese; chi lo cura da sé, chi ha il nonno o un parente appassionato che rifornisce la dispensa di primizie. Mangiamo verdure che abbiamo seminato, annaffiato, protetto e curato per mesi. E’ risaputo che così gli ortaggi sono più gustosi, più sani, ed anche più economici.

Il mio pusher di insalata ed affini è mia zia, con la quale condivido nome e cognome, e che gestisce un appezzamento di circa 80 mq sotto casa, in centro al paese. Mio padre viene da una famiglia contadina, e sin da piccola ho visto sementi, zappe, terra smossa… le patate, le insalate tutte, i ravanelli, i carciofi, i pomodori, gli asparagi, i peperoni, le cipolle, i porri,  il sedano, le carote… persino i meloni crescono nell’eden di mia zia.

Oggi, passeggiando tra le verzure mi sono accorta di aver sempre visto un sacco di cose, ma di non aver mai guardato. Non so riconoscere gli ortaggi nella loro collocazione naturale: la terra. Poco spirito d’osservazione? Scarso interesse? Sono una bimba (…) viziata? Non importa, adesso ne ho preso coscienza. E non voglio perdere l’occasione. Non è solo questione di imparare a zappare, di far crescere le fragole e i pomodori.  E’ un bagaglio culturale, coltivato in anni di esperienza, di tradizione orale, di trucchi e conoscenze della terra e dei suoi ritmi. I riti che si ripetono ogni anno, uguali ma pieni di variabili, ma  in fondo sempre sotto un piccolo cielo.

Mia zia non lo sa ancora, ma da domani diventerò una zappatrice provetta.

E voi, orticoltori che mi leggete, aspetto i vostri suggerimenti e le vostre esperienze. Io vi racconterò il mio viaggio nella tradizione contadina camuna.

Stay tuned. ;-)

Data di sboccatura obbligatoria per i Franciacorta? Ne parl-iamo/ate?

La butto lì in due righe, come si potrebbe buttare una pelle di daino su un vetro: e se fosse la Franciacorta, il primo territorio a rendere obbligatorio l’utilizzo della data di sboccatura in etichetta?

In fondo mi pare una cosa che in molti hanno già adottato e che altri valutano di adottare quanto prima. Apprezzata e condivisa anche da Angelo Peretti (primo sostenitore della causa per l’utilizzo del tappo Stelvin) che riprende sul suo Internet Gourmet il mio precedente post, credo sia giunto il momento di esprimere la speranza, perché nel prossimo consiglio del Consorzio Franciacorta, si possa prendere seriamente in considerazione questa proposta che potrebbe nuovamente far segnare il passo a questo territorio.

 

La Tutela del Territorio tra Etica e Responsabilità.

Prendo spunto da questo post dell’amico Franco Ziliani, relativo al territorio trentino, per lanciare nuovamente un sasso verso la Franciacorta.

Produrre metodo classico costa, così come produrre Franciacorta. Un anno e mezzo, a volte due, prima di poter commercializzare il vino. Le bottiglie sono prima accatastate, poi messe sulle poupitre, riprese nuovamente per la sboccatura e poi ancora per il confezionamento.  Costi commerciali e di logistica, solo per citarne un paio.

Allora, se tutto quanto ha un costo, come diavolo si fa a vendere un Trentodoc a 3,49 euro?? E allo stesso modo vorrei sapere come si possa vendere un Franciacorta a 5! Nel caso del Trentodoc la vendita è gestita da un discount che ha creato un proprio marchio, mentre per il Franciacorta il prezzo, è quello di vendita diretta da parte di qualche azienda rivolto a ristoranti, wine bar, ecc.

Ma com’è possibile, o meglio, chi può permettersi di vendere un prodotto tanto costoso a una cifra tanto bassa? Il contadino che coltiva la sua terra da sempre e quindi non ha sulla “groppa” l’onere dell’investimento dei terreni(per fare un esempio), oppure l’imprenditore poco lungimirante(è un paradosso che chi produce vino non sia lungimirante) che dopo pesanti investimenti deve solo preoccuparsi di non essere in perdita? A voi “l’ardua sentenza”.

Questo è senza dubbio il segno evidente della totale assenza di “cultura enoica”, che sfocia poi in una assoluta mancanza di rispetto per il territorio e per chi nello stesso vive grazie all’indotto generato dal mercato del vino, da parte di chi specula senza creanza. Mancanza di rispetto forse non voluta, a causa della profonda inconsapevolezza della materia, ma certamente lesiva.

Di questa politica dei prezzi, di questa concorrenza priva di sentimento che riduce il mercato del vino alla stessa stregua di quello delle pannocchie, o del tondino, chi ne fa le spese? Certamente il territorio stesso nel suo intrinseco valore, così come i produttori di vino, gli stessi che dovrebbero essere tutelati, poiché il loro compito è di tutelare un territorio che rappresenta un bene comune.

Per il bene comune esistono i consorzi, amministrati dai produttori stessi, nella cui etica risiedono la valorizzazione e la tutela del territorio, dal quale ogni consorziato attinge.

Ma non credete che tutelare un territorio non voglia dire solamente produrre un vino attenendosi ai disciplinari, che gli stessi produttori hanno stilato, ma voglia anche dire rispettare un’etica morale e comportamentale nelle questioni commerciali, per far si che le stesse non possano recare danno all’intero sistema?

A mio parere credo sia fondamentale il rispetto per certe regole non scritte. Principi che non hanno come fine quello di stabilire norme per una concorrenza commerciale equa, bensì per un “antagonismo”, che non appaia stupido agli occhi del consumatore.

Penso che alla fine, di questi atteggiamenti, ne faranno le spese tutti, chi più, chi meno. Qualcuno sta già pagando pesantemente, altri si sono già dovuti arrendere, schiacciati dalla mancanza di regole in grado di tutelare il territorio, dalla stupidità dell’uomo…

Che sia arrivato il momento di fare qualcosa prima che qualcosa si faccia noi??

p.s. ho solo lanciato un piccolo sasso.

Da evidenziare per il 2010

Quattro gennaio

Appunti di lavoro per il nuovo anno.

Cose del 2009 da non dimenticare:

  1. La presentazione di questo progetto a New York e San Francisco.
  2. New York e San Francisco.
  3. Una bottiglia de “La Coulee de Serrant” 1984. Incredibile come dopo quindici giorni di frigo a bottiglia scolma e aperta, il vino non sia riuscito a ossidarsi di più, di quando appena aperto e versato.
  4. La bottiglia di Riserva Asili ’96 di Giacosa. Indimenticabile.
  5. La bellezza di Mantova e la perspicacia dei suoi ristoratori.
  6. Non mi devo scordare che quando un filo si spezza, si può riparare, ma non si possono riparare i segni della sua rottura.
  7. La prima intervista fatta a me e Nico.
  8. Il Dosaggio Zero millesimato 2005 di Andrea Arici. Ora posso dirlo: solforosa praticamente nulla.
  9. L’infinita stupidità mista spocchia di qualche sommellier che adesso scrive fesserie concernenti il vino. Siete davvero tanti, ma la giustizia “di vino” colpirà anche l’ultima vostra cellula.

10. Cascina Lenga e le figuracce di qualcuno.

11. Il camper e Francesco Orini.

12. Molte persone ti vogliono solo per convenienza mascherata da “sentimento”.

13. La calda vendemmia franciacortina.

14. La Vallecamonica e le sue montagne.

15. L’Erbanno.

16. L’Invernenga.

17. Il millesimato 2006 Extra Brut dei Camossi. In attesa di vederlo “vestito”.

18. L’impegno e la voglia di cambiare le cose delle persone che lavorano con me. Tutte!

19. L’importanza della fotografia e delle immagini come fonte di racconto.

20. Un mio progetto importante che si renderà concreto quest’anno.

21. Nico dimagrito.

Tutto il resto lo valuterò strada facendo; determinerò se sia utile o meno ricordare qualcosa o qualcuno in un anno lavorativo così ricco (parlo di emozioni…)com’è stato il 2009.

Vicenda Gambero Rosso: Il pensiero importante di un Amico

Mentre la tivvù passa un servizio davvero bellissimo su Alda Merini -e mi chiedo per l’ennesima volta per quale motivo, servizi tanto belli non siano fatti prima della morte del diretto interessato così da potergli regalare un’emozione davvero grande- mi trovo a riflettere ancora sui post precedenti.

Ho avuto modo di dialogare con molte persone, molti amici che mi hanno telefonato e molte persone che mi hanno scritto e continuano a scrivermi per esprimere un parere, un pensiero.

Il mio amico Francesco Orini, complice con me di lunghe chiacchierate sul futuro del vino delle piccole e medie aziende contadine (non mi stancherò mai di ripetere che per aziende contadine intendo quelle realtà familiari che fondano la loro economia esclusivamente sulla produzione di vino) e unico professionista ad essere stato in grado di spingermi a comprare una macchina fotografica dopo avermi fatto emozionare con le sue fotografie, mi ha scritto un suo pensiero. Con Francesco mi accumuna la grande passione per il vino che però viviamo da due prospettive diverse, ma nemmeno troppo. Abbiamo entrambi poco più di trent’anni, sogniamo di essere parte integrante, e fondante, di un sempre più crescente gruppo di giovani, mossi dalla passione per questo mondo (questo suona come un annuncio di arruolamento e infatti vuole esserlo…). Crediamo possa essere possibile una comunicazione e un’informazione diversa, e abbiamo capito che con il nostro lavoro non solo possiamo aiutare qualcuno che ne ha bisogno, ma possiamo anche contribuire alla tutela di una cultura, fatta di storia e tradizione. La cultura della terra e di chi la lavora per vivere. Il contadino.

Il buon Orini mi ha scritto il suo pensiero che ho deciso di pubblicare.

G.A.

1248801033

Caro Giovanni, non so quali mail vi siete scambiati tu e Clara Barra, certo che scrivendo su facebook quelle note non ha dato esattamente una lezione d´umiltà.

Non una riga ha speso per scusarsi con i lettori della guida, che hanno speso soldi per avere delle informazioni errate. L’unica cosa che si è premurata di fare è giustificarsi dicendo che non è l’unica guida a fare queste cose. (sarebbe da scrivere “errori”, parola che la Barra non ha neanche mai menzionato).

Forse non si rende conto che il consumatore (parola bruttissima) ripone molta fiducia in una guida nel momento che l’acquista.

Prendendo per buono che non fosse stato un errore direttamente dipendente da loro, non era forse più semplice e saggio, innanzitutto scusarsi anziché offendersi per essere stati criticati?

Oggi giorno la parola pudore non ha proprio più nessun valore?

E´ triste che accadono queste cose, perché poi facilmente si diffonde la sensazione comune di sfiducia, la convinzione che queste cose è normale che accadano, che quelli che fanno questo lavoro siano tutti cosi superbi e intoccabili.

Francesco Orini