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“Made in Brescia” appunti sul progetto

24 febbraio 2010

L’idea di un marchio  Made in Brescia nasce circa due anni orsono con l’apertura della “Civica Trattoria Lo Scultore” e l’intento di esprimere concretamente,  nonché rafforzare, il concetto di cucina del territorio con cui eravamo partiti. Ma anche di colmare così un vuoto di identità e di riconoscibilità traducibile con il termine di “brescianità”.

Ci  interessava accorciare i tempi di percorso dei prodotti  agroalimentari che utilizzavamo – il famoso chilometro zero -, dare visibilità ai produttori della nostra provincia, sempre più affannati nell’emergere in questo sistema commerciale dalla globalizzazione crescente  e salvaguardare il patrimonio culturale e tradizionale che da essi deriva.

Brescianità dicevamo prima, che, se ben espressa, può avere una ricaduta positiva sulla potenzialità d’attrazione a livello turistico e non e per chi nel campo della ristorazione volesse condividerne il marchio ideato. Utilizzabile inoltre  in campi diversi, come già stiamo facendo nell’ambito artistico con l’organizzazione negli spazi della trattoria di mostre e installazioni di  artisti bresciani con la supervisione di Camilla Rossi, valente artista bresciana  – esce dalla sua penna e dalla sua creatività la grafica del marchio – e in quello artigianale con la “Cicli Urbani Brescia “, fabbrica di biciclette fixed per l’utilizzo cittadino. Infine un progetto editoriale che,  con la collaborazione di Carlos Mac Adden, possa portare alla stesura di pubblicazioni bresciane, non ultima l’idea di un atlante delle produzioni agroalimentari “Made in Brescia”.

Due piccoli accenni in conclusione

1) La vocazione ecologica di questo  progetto con la valorizzazione di un nostro microcosmo imprenditoriale interessato e sensibile a questo aspetto di ogni produzione ormai diventato, non solo a nostro avviso, imprescindibile per garantire il futuro del territorio.

2) Il puntualizzare che la difesa e la proposta a livello ristorativo dei prodotti bresciani non è da intendersi come chiusura o negazione a materie prime di altra provenienza, sempre nel rispetto di caratteristiche come salubrità, validità organolettica, qualità globale, piuttosto il loro felice incontro, creando quelle “contaminazioni” realizzabili unicamente  partendo da solide e sentite radici.

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  1. Carlos Mac Adden permalink
    25 febbraio 2010 12:39

    Credo che il punto 2 a conclusione del post di Federico sia la giusta risposta a quanti potrebbero interpretare il progetto MiB in chiave integralista, con il solo utilizzo di prodotti del territorio.
    Al di là della concreta impossibilità di una proposta così radicale, penso all’italianissima consuetudine – cito a memoria un patrizio veneziano “… servirai il caffè nero e forte a maggior gloria nostra e dei defonti nostri veci.” – a chiusura dei pasti (appunto già sollevato
    da tanti per i mitizzati km 0); è davvero l’incontro di materie prime diverse o l’alternarsi di piatti del territorio con altri a caratterizzare buona parte delle cucine regionali italiane.
    Momento primo resta la “bontà” di ciò che utilizziamo, la trasparenza delle informazioni al momento dell’acquisto o la serietà dell’offerta se parliamo di ristorazione: che senso ha sbandierare “pasta fresca fatta in casa” se poi così non è? O proporre Lardo di Colonnata che di quella località e delle sue conche non ha nemmeno “annusato” l’aria? E così via per fatulì, bagoss e quant’altro …

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