Salta al contenuto

Osteria al Bianchi: Essere Oste

3 febbraio 2010

In ogni città esistono monumenti o simboli assolutamente identificativi per la città stessa. Tali emblemi sono spesso catalogabili per scala di passioni. Per chi come me è appassionato di vino e di gastronomia, e come me è disposto ad assaggiare ogni cosa, non gli sarà difficile identificare, al suono del nome di una zona, un ristorante, un prodotto, un vino, un personaggio. Questa è la forza di un territorio, la capacità di promuoversi e l’attitudine a conservarsi, che persone intelligenti mettono in atto per la sopravvivenza di una cultura, di un’identità.

A Brescia, uno di questi simboli è rappresentato dall’Osteria al Bianchi. Un luogo non luogo, che non conosce mode, custode delle tradizioni e divulgatore del sapere popolare.

“Al Bianchi” ti puoi bere l’aperitivo mangiando Bertagnì, ti puoi sedere a tavola per un “fegato burro e salvia” oppure per il brasato d’asino da accompagnare con il rosso di Mario Pasolini. In ogni piatto, l’evocazione alla cultura storico-culinaria della Città.

Michele Masserdotti, coadiuvato dalla famiglia e da una squadra di persone capaci, di quelle alle quali basta guardarti una volta perché ti ricordino per sempre, è custode appassionato di questi saperi. È custode dell’arte dell’essere Oste.

Se ci pensate bene, si può acquistare un’Osteria, ma questo non significa di certo essere un Oste. L’Oste è chi “colora” l’ambiente, è la memoria storica delle facce che varcano l’ingresso, è chi sa innovare senza mai tradire la tradizione, è chi non ha intenzione di cambiare idea soggiogato dalle tentazioni delle mode. È chi ama la propria terra.

Tutto questo, oltre ai succulenti piatti, lo trovate “Al Bianchi” che dal 1881 è parte integrante del cuore di Brescia.

4 commenti Lascia un →
  1. 3 febbraio 2010 19:38

    appena torno “godereccio” ci faccio una scappata :-)

  2. il chiaro permalink
    4 febbraio 2010 08:59

    un caro saluto a Michele, è tanto che non lo vedo causa lavoro, ma ne ho un buon ricordo.

  3. Carlos Mac Adden permalink
    4 febbraio 2010 16:19

    Concordo con le tue parole Giovanni, e questo trovarmi in sintonia mi fa chiedere come mai alcuni luoghi che, pur non avendo lastoria del Bianchi, sono “veri”, ossia propongono prodotti non omologati con passione, serietà e impegno sono poco o nulla conosciuti e altri, su cui scende pietoso il mio silenzio, che non hanno nè storia nè identità, attraggono tanti bresciani?

  4. 4 febbraio 2010 16:34

    L’imperante fattore moda può influenzare il consumatore, il quale viene mal istruito anche da alcune guide, che si affidano a collaboratori che di voglia di fare ricerca, di fatto non ne hanno. Una parte di colpa però, è anche nel ristoratore, il quale dovrebbe sentire l’esigenza di farsi conoscere.
    Se Maometto non va alla Montagna…

Lascia un Commento

Note: You can use basic XHTML in your comments.

Abbonati ai feed di questi commenti tramite RSS