La bellezza delle Pietre Colorate
Tra Pietre Colorate e gli altri, c’è la stessa differenza che passa tra un percorso di rally ai laghi Finlandesi e il chilometro lanciato nel deserto del Kalahari.
Cose molto diverse, forse entrambe affascinanti e con un indubbio comune denominatore, il vino, ma dissimili nella profondità e nello spessore emozionale.
A volte mi basta tenere in mano Pietre, ancor prima di leggerlo, per percepire che qualcosa li dentro mi stupirà e ovatterà i miei pensieri fino a fine lettura. Conosco gli autori ed è un po’ come conoscere chi produce “quel” vino… Dopo ti piace ti più.
Pietre è l’esempio che scrivere bene non basta, così come produrre vino solo per fare qualcosa.
Serve anima e come nel vino, servono uomini con la consapevolezza che i grandi risultati, altro non sono che la logica conseguenza di un lavoro ben fatto.
Pietre Colorate è un lavoro ben fatto.
Calma e gesso: non pensiate che io mi stia dando del gggiovane. Questa iniziativa è stata messa in pista da ragazzi che giovani lo sono davvero e in certi casi non arrivano nemmeno venticinque anni. E questa cosa già mi piace.
Più che apprezzabile il fatto che loro stessi, considerino la gioventù entro e non oltre i quarant’anni perché così ho la possibilità di rispondere all’invito e di essere presente domani sera, quando “metteranno sul tavolo” idee, progetti e i loro sogni per il futuro. Conosco alcuni di loro più di altri e confido in una serata di spessore.
Di seguito riporto integralmente il loro primo comunicato stampa, in attesa di raccontarvi ciò che emergerà dall’incontro.
G.A.
Giovedì 26 gennaio 2012 alle ore 20,30 presso l’Associazione Culturale Andata e Ritorno (via Stazione nuova 20, Provaglio d’Iseo BS) avrà luogo il primo incontro di presentazione del gruppo FAN FranciacortAppassioNati, che nasce con l’obiettivo di riunire i giovani della Franciacorta per promuovere il prodotto tra i consumatori delle nuove generazioni.
L’idea di fondare un’associazione che riunisca i giovani del territorio nasce una sera davanti ad un calice di Franciacorta da un gruppo di sette ragazzi con la passione per le bollicine e tanta voglia di fare. Il fatto che il Franciacorta sia quasi o del tutto sconosciuto tra i ragazzi del territorio di Brescia e provincia è abbastanza palese.
Due ragazze Jessica Vezzoli (Cantina Vezzoli ad Erbusco) e Michela Muratori (Cantina Villa Crespia, Muratori ad Adro) e cinque ragazzi Gigi Nembrini e Daniele Gentile (Cantina Corte Fusia a Coccaglio), Dario Vezzoli e Raffaello Vezzoli (Derbusco Cives ad Erbusco) insieme a Carmelo Raco decidono di fondare FAN Franciacorta AppassioNati. Un gruppo che riunisce i giovani proprietari (o figli di tali) di aziende che producono Franciacorta ed i tecnici o commerciali che lavorano all’interno di esse con età compresa tra i 18 e i 40 anni.
L’associazione si prefigge il difficile obiettivo di raggiungere le giovani generazioni del territorio franciacortino che di Franciacorta nulla (o quasi) sanno. L’attività del gruppo inizierà da dove i giovani passano gran parte del loro tempo e cioè dal web, con una pagina facebook ed un blog. Verranno invece realizzati appuntamenti dedicati al Franciacorta proprio nei locali più frequentati dai giovani. Una serie di attività collaterali si svilupperanno nel corso dell’anno.
L’incontro di giovedì 26 gennaio è rivolto ai giovani produttori che insieme ai fondatori dimostreranno la loro volontà di far parte del gruppo in maniera attiva sia dal punto di vista operativo che creativo. L’associazione desidera riunire i giovani che lavorano nelle aziende della Franciacorta, essendo il primo vero cambio generazionale di un territorio così giovane ma ricco di potenzialità ed opportunità future.
Solo se il Franciacorta inizierà ad essere riconosciuto e bevuto sul nostro territorio, solo quando i ragazzi che escono la sera per bere l’aperitivo chiederanno un Franciacorta con la chiara consapevolezza di cosa stanno bevendo, solo allora si avrà la certezza del successo di un vino e del suo territorio!
FAN è un’idea con un sogno, un sogno che un gruppo di giovani si impegnerà tenacemente per rendere realtà!
Ringraziamo Giacomo Bersanetti per la sua assistenza, pazienza e le sue innate intuizioni grafiche.
Fay, Ronco del Picchio 2005
Si può dire sia di maggior qualità un Nebbiolo di Montagna (leggi Valtellina), o uno di Langa? Ma che domanda è? Sono due cose diverse, punto.
Eppure chi cerca di accomunare Franciacorta e Champagne la butta sempre sulla qualità, come se stesse cercando le caratteristiche di uno dentro l’altro, come se ci fosse un’unità di misura a risposta della palese diversità.
Polemichina iniziale a parte, il primo amore non si scorda mai (dipende da chi/cosa, ovvio) e il mio per il Nebbiolo è sempre in costante ascesa, con buona pace di tutti quelli che negli ultimi dieci anni si sono votati unicamente alla causa del Pinot Nero.
Quello che mi sono scolato di gusto qualche giorno fa, è lo Sforzato Ronco del Picchio 2005 di Fay.
Un naso ricco, maturo ed estremamente piacevole, che tradiva una leggera ossidazione di troppo rispetto ai miei ricordi di un 2004 bevuto lo scorso anno. Secondo me attribuibile al tappo che è risultato molto, molto rigido e di facile estrazione. Un “difetto” per modo di dire, che è ravvisabile solo se si dà importanza all’annata. In tre parole, pareva più vecchio.
Un tannino dolce e uno spessore importante non hanno compromesso l’anima snella e la facilità di beva, di un vino irresistibilmente goloso, nonostante gli impercettibili 15 gradi. Durata pranzo un’ora e mezza; durata vino un’ora.
Un grande vino di Montagna. Da provare!
Informare per salvare l’Agricoltura è dovere di tutti.
Il latte non vale un cazzo e non perché costa poco produrlo, semplicemente perché a stabilire il prezzo del bene in questione, è chi lo compra. Non mi riferisco al consumatore finale che prende a scaffale una mozzarella, ma alle multinazionali che conoscono solo una concorrenza fatta sul prezzo e sull’immagine di una qualità fittizia. Chi compra la materia prima e produce, specula sia sul contadino che sul consumatore.
La colpa dell’avventore da supermercato è l’ignoranza, che lo porta a credere che l’immagine della fattoria e del prato in fiore che sta sulla confezione, esista davvero. Dobbiamo dirglielo che non è così.
La stessa cosa vale per il vino e l’uva.
Il ricatto nei confronti di chi produce è semplice: se non la compriamo da te, troveremo qualcuno più disperato (stupido, disonesto e poco lungimirante)di te disposto a vendercela alla cifra che NOI COMPRATORI abbiamo stabilito. Fanno cartello, importando latte in polvere da paesi terzi che quando arriva in Italia e viene trasformato diventa “latte italiano” e gli è consentito di scrivere sulla confezione “prodotto con latte italiano”.
Il latte in polvere non costa una minchia e il ricatto è servito: compro quello, tanto posso raccontare quello che voglio.
Stessa cosa per il grano per produrre pasta. Nel nostro paese servirebbero altri 60mila ettari oltre agli esistenti, per soddisfare il fabbisogno dei produttori di pasta. Pensate, sono gli stessi ettari che sono stati espiantati, così che i pastai possano importare grano dall’Asia a prezzi bassissimi obbligando gli italiani a vendere il loro a una cifra ben al disotto del costo di produzione. Le leggi non tutelano il consumatore e nemmeno l’agricoltore, ma solo le multinazionali che ingrassano di stecche politici corrotti e stupidi come capre. Certo non sono meno stupidi di chi si dovrebbe opporre (altri politici) e non lo fa perché gli arrivano stecchette, decisamente meno pesanti. Idioti.
A questo punto la multinazionale trasforma la materia prima, ci fa pasta, formaggi, carni e vino al quanto discutibile (per usare un eufemismo) qualitativamente e cerca di produrne il più possibile, senza seguire uno schema economico che dovrebbe portare a equilibrare numeri, valore e prestigio, che tradotto, significano salvaguardia del territorio e della vita di chi lo occupa.
Produce per la sua avida fame di soldi, produce fottendosene della vita degli altri, del territorio che utilizza come specchietto per le allodole insieme a un’immagine rurale che non gli appartiene.
Per questo mi rivolgo agli amici e pure ai nemici che gestiscono un blog, una rivista, una testata. È bellissimo quello che scrivete, che voi lo facciate per passione, per denaro, per il vostro ego, per gli accessi o quant’altro, ma vi prego di prendere in considerazione il fatto che l’artigianalità, la territorialità e gli uomini che cercano quotidianamente di resistere alle storture di un mondo che conosce solo l’imbroglio legalizzato, stanno morendo lentamente e con loro l’identità di un territorio (quello italiano), di un mestiere e la vita delle persone, compreso la vostra.
Vi chiedo di riprendere e di fare vostre le cose che ho scritto se ci credete davvero e se volete continuare a scoprire, emozionandovi ed emozionando chi vi legge, i meravigliosi vini e prodotti agricoli che qualcuno, da qualche parte produce ancora. Non linkatemi, non fate riferimento al mio blog se la cosa può generare in voi disturbo, non m’importa, ma pensate a far arrivare alla gente che tutti i giorni sceglie cosa comprare questo fondamentale messaggio, questo grido d’aiuto, prima che sia troppo tardi.
Grazie.
Giovanni Arcari
Franciacorta: una ricerca dice che il 50% degli italiani non ha idea di dove si trovi.
Il risultato della ricerca che il Consorzio Franciacorta ha commissionato ad Astra Ricerche di Enrico Finzi, traccia un risultato abbastanza preoccupante che evidenzia che il 50% degli italiani non ha idea di dove si trovi questo territorio.
Il 90% dichiara di conoscere il vino che viene prodotto, ma non è in grado di dargli una collocazione geografica. Di questi, uno su quattro non ha mai bevuto franciacorta e non ha intenzione di farlo a breve.
I dati di Finzi fanno tornare con i piedi per terra quanti credono di essere arrivati alla consacrazione e ricorda che di strada da fare ce n’è ancora moltissima.
A proposito di questo non capisco la nota fatta sul Giornale di Brescia: “meglio così, visto che la produzione cresce assai velocemente”. È una dichiarazione di Finzi, o la difesa scomposta quanto assurda di qualcuno?
L’esperto dichiara anche che, per far scoprire il territorio sia necessario “farlo degustare” e che la gente vada portata in cantina (ossia nel territorio) invece che avvicinata con costose campagne promozionali rivolte a un pubblico indistinto.
In poche parole si ritiene sbagliato portare una bottiglia a far degustare in un paese che non conosce nemmeno l’esistenza della Franciacorta, come succede (ed è successo) nelle mie trasferte americane, dove mi si chiedeva ogni volta se fosse Prosecco e mi dovevo prodigare con l’ausilio di una carta geografica a mostrare l’ubicazione della Franciacorta.
Prima s’informa, si comunica e si forma perché è l’unico modo per creare una richiesta consapevole, invece che puntare sulla solita vendita fine a se stessa che altro non fa se non inflazionare un’immagine che ancora deve essere creata, con buona pace dei soliti ottimisti.
Finzi già nel 2009 aveva sottolineato l’importanza fondamentale di una manifestazione sul territorio (leggi Festival Franciacorta) ma che i vertici consortili -nonostante i miei vari appelli- hanno depennato dal calendario adducendo a ragioni tutte da provare in merito alla mancanza di spazi.
Quest’anno è pure stato deciso un aumento della quota consortile che vede schizzare il costo che ogni produttore deve versare al consorzio, di quasi il 50% su ogni bottiglia prodotta.
Visto che la ricerca ha evidenziato una falla nel sistema, non è il caso di cambiare rotta e di investire in altra direzione invece di continuare con politiche che si sono dimostrate (lo dice la ricerca di Finzi) pressoché inutili e forse dannose per il futuro?
Fonte: Giornale di Brescia, 19 gennaio 2012.
La fabbrica della salute, la fabbrica della morte.
Ho partecipato all’assemblea pubblica per il no amianto a Gianico.
La cosa che mi è restata più impressa è che la tecnologia su cui sarà basato questo impianto è stata testata solo in laboratorio. In merito alla tossicità, le prime otto prove hanno dato “risultati parziali”, la nona “buoni”. Puntiamo su queste probabilità per bruciare 78.000 tonnellate all’anno di amianto (con possibilità di aumento) per i prossimi vent’anni?
Prima di tutto i rischi per la salute. Dobbiamo informarci sulle conseguenze che potremo avere sulle nostre esistenze, quelle dei nostri figli e dei nostri nipoti. Iniziare a parlare di mesotelioma. Cercare cos’è successo e cosa ancora sta succedendo a Casale Monferrato.
Tutto il resto viene dopo: il trasporto, le strade inadeguate, lo stoccaggio, gli imballaggi, la zona morfologicamente inadeguata a sopportare l’impianto, il voler cancellare gli investimenti in chiave turistica con un camino che, fino a prova contraria, può emettere fibre d’amianto.
La fabbrica della salute è lo slogan pubblicitario delle terme di Boario, che negli ultimi anni hanno goduto di investimenti da parte di un imprenditore camuno sicuramente legato al territorio, che crede nello sviluppo turistico e così facendo ha creato posti di lavoro, che per mia personale stima superano i 30 promessi dalla fabbrica della morte. Distanza tra le terme e il sito industriale: 3 virgola 5 km.
Giovedì in regione si terrà la prima conferenza di servizio con oggetto la richiesta di valutazione di impatto ambientale di Scabi spa per la costruzione di questo impianto. Gli assessori di pd, lega e Idv si sono espressi contrari, alcuni sindaci camuni, CGIL e CISL e il comitato NO AMIANTO saranno presenti giovedì al Pirellone, per portare il dissenso del territorio anche attraverso le firme raccolte (e che si continua a raccogliere). Questa è solo la prima tappa di un lungo iter che potrebbe durare parecchi mesi. NON DEVE CALARE L’ATTENZIONE SU QUESTO ARGOMENTO, per non arrivare a lamentarci a giochi fatti senza esserci mai interessati della questione.
L’amianto va smaltito. Ma finché non avremo una tecnologia INNOCUA per farlo, preferisco venga stoccato in discarica e conservato. Non sarà la Valle Camonica, né – mi auguro – nessun altro territorio e nessun’altra popolazione, a fare da cavia su larga scala per tecnologie ancora chiuse in un laboratorio.
10 milioni di euro: Imprenditori bresciani (seri) cercasi
Per ridare vita a questo splendido posto, oltre ai 10 milioni di euro (ne ha parlato il Bresciaoggi nella pubblicazione odierna), sono necessarie alcune qualità umane che non sempre si sono trovate in chi ha potuto permettersi certe operazioni nel mio territorio.
Etica, amore per il territorio e magari pure per il vino… Lungimiranza e quella voglia sola dei grandi di voler lasciare un intelligente e indelebile segno nella storia.
Astenersi arricchiti e incolti sbruffoni, avanti persone intelligenti e capaci.
Il posto è meraviglioso e non deve finire nelle mani dei soliti cialtroni.
Ci sarà qualcuno a Brescia che coniughi le caratteristiche sopra citate e che abbia 10 milioni (che poi si tratta…) da investire? Ci facciamo grande vino?
“Bollicizzazione” italiana: finirà com’è finita con il Merlot?
Come dimenticare gli anni dell’euforia del vino quando l’italiano medio, abbagliato dall’eldorado del vino francese, pareva aver capito tutto e piantava cabernet e merlot anche nel ventre della moglie?
La formula era semplice: nel Mondo si vende bordeaux, che è fatto con i due vitigni sopra citati quindi, pianto le stesse uve e vedrai che funziona!
Ogni azienda nel listino aveva un merlot, un cabernet o un taglio bordolese. La moda non aveva attaccato (o almeno, non così tanto) le Langhe in quanto rappresentavano già una profonda identità vitivinicola.
Altro discorso va fatto per Montalcino, dove qualcuno si era venduto l’anima alla parkerizzazione e mi torna in mente Alice Feiring. Nei territori in cui l’identità di prodotto non esisteva –e ancora non esiste- il fenomeno del “bordolese style” e della tendenza di mercato, ha fatto –e continua a fare- più vittime della peste.
Tornando alla scelta di cosa e come produrre, non trovate che un fenomeno simile si stia prospettando anche nella produzione di metodo classico?
Puglia, Sicilia, Marche solo per citarne alcune… oggi il mercato vede di buon occhio le bolle ed io sono sufficientemente curioso e pronto da degustarle allegramente tutte provenienti da ogni parte del globo ma, non credete che oltre a disorientare il consumatore che identifica il territorio con il prodotto e viceversa, il tutto possa finire com’è finito il “bordolese style” degli anni ’90, in altre parole con un costante inflazionarsi dell’identità dei territori e dei vini?
Se negli anni ’90 era l’euforia del mercato a generare scelte che poi si sono rivelate fallimentari, oggi tali politiche le possiamo attribuire alla disperazione?





